Come un “raggio della divina bellezza”

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Essere una giovane consacrata oggi a volte risulta strano, direi raro, qualche volta siamo guardati come “animali in via di estinzione”, ma non per questo la vita consacrata non ha più senso e non c’è una bellezza che si incontra anche attraverso le fatiche e le difficoltà. Ed è questo che vorrei provare a raccontarvi.

Mi chiamo suor Giulia, ho 34 anni e sono una suora Francescana missionaria di Gesù Bambino. Il 23 aprile 2022 ho emesso la professione perpetua, il mio sì definitivo al Signore in questa famiglia religiosa, dove negli anni ho riconosciuto il luogo in cui venivo chiamata a seguirLo più da vicino.

Non sono nata suora e sicuramente non era questo ciò a cui pensavo negli anni della mia adolescenza, anche se provengo da una famiglia cristiana che mi ha educato ai valori della fede, della condivisione e del dono di sé.

La mia fede era molto sbilanciata sul fare, sul servizio, questo era il “latte” con cui ero stata cresciuta e lo spazio in cui mi sentivo pienamente me stessa. Sono entrata in contatto più diretto con il mondo francescano attraverso un’esperienza di pellegrinaggio a piedi, la Marcia Francescana, dove attraverso la fatica, finalmente Dio ha trovato una strada per incontrarmi più da vicino. Quello è il mio “anno zero”, da lì la mia storia con il Signore ha un inizio. In quell’esperienza ho sperimentato che c’era un Dio che mi amava profondamente e che desiderava per me il meglio, desiderava per me una vita che fosse vissuta in pienezza e che solo Lui, che mi aveva creato, sapeva mostrarmi come vivere questo. Avevo 19 anni, solo nel tempo ho scoperto che soltanto il Signore era capace di colmare quel desiderio di amore che portavo nel cuore e che il mio amarLo totalmente corrispondeva al donare la vita a Lui.

Dopo un cammino di discernimento di 2 anni sono entrata in Postulato a 23 anni. Ero giovane, ma mi sentivo grande e matura per affrontare una scelta importante, per decidere chi essere nella mia vita. 

È stata la vita stessa a mettere alla prova questo desiderio e questa intuizione: entrando in convento ho sperimentato la concretezza di ciò che avevo visto e guardato nelle esperienze che avevo fatto con le suore.

Ho scelto il carisma delle suore Francescane missionarie di Gesù Bambino innanzitutto perché mi aveva attratto la somiglianza estrema con la vita dei frati francescani, primo luogo dove mi ero sentita a casa. Poi è venuto l’aspetto della piccolezza. È una componente scomoda del nostro carisma: la piccolezza di Gesù bambino che “nascer volle bambino per farsi amare e non temere” (così scrive la nostra fondatrice, Barbara Micarelli), questo è ciò che mi aveva conquistata. Gesù bambino si lascia prendere in braccio, si lascia amare perché è piccolo e indifeso, questa è la posizione da cui ho scoperto che posso amare ed essere amata.

La vita quotidiana era sicuramente molto diversa da come me la ero immaginata. Quando vivi insieme con qualcuno ne vedi luci e ombre, la bellezza ma anche la fragilità, tutta l’umanità. Forse anche questo è strettamente legato all’incarnazione, al fatto che Dio passa attraverso la nostra piccolezza, la nostra fragilità, la nostra umanità, che si incarna appunto.

Ciò che mi ha colpito con vigore è stato scontrarmi con i limiti, le fragilità, a partire dalle mie; c’è bisogno infatti di tanta accoglienza, a partire da sé stessi.

Altra aspettativa disillusa è il pensiero di salvare il mondo. Ho scoperto piano piano che la vita si spende, si dona, nelle piccole cose, nei piccoli gesti: ascoltando una sorella, facendo le pulizie, accogliendo chi bussa alla porta. Tutto questo è donare la vita.

Ciò che è più importante, però, è la “parte migliore”, quella che non sarà tolta: il godere dell’intimità col Signore, lo stare alla Sua Presenza, il coltivare la relazione con Lui che dà colore alla vita. È questo ciò che nel tempo ho scoperto rendere la mia vita bella, non tanto le cose che faccio, che certamente sono piccole, ma farle in Lui e per Lui.

La Chiesa ci insegna che noi consacrati siamo chiamati a essere un “raggio della divina bellezza” e questo traspare prima di tutto in un modo di essere e poi in ciò che facciamo.

È proprio tale consapevolezza che aiuta ad accogliere l’obbedienza, a non appropriarti del servizio: è scoprire che ciò che ti definisce non è ciò che fai, che può esserci oggi e domani no, ma come lo fai, chi sei.

Così, anche se con fatica, si può cambiare. Io, ad esempio, oggi vivo il carisma della mia famiglia religiosa nell’insegnamento nella scuola primaria e nella pastorale giovanile parrocchiale e diocesana. Ma questo potrà mutare. Quello che mi fa restare è l’avere intuito che la vita consacrata è semplicemente essere sprecati per il Signore e questo è ciò che desidero e che provo a vivere e che ho confermato con il mio “per sempre”. Questo mi rende felice

Suor Giulia